Villa Buzzaccarini - Monselice (PD)

Villa Buzzaccarini – Monselice (PD)

IL SITO ANTECEDENTE LA VILLA

La presenza della famiglia Buzzaccarini in questo territorio è riportata già dalla prima metà del XIV secolo, ed è da imputarsi proprio all’attività estrattiva. Il primo esponente ad essere citato è Pataro Buzzaccarini, il quale aveva a Marendole (oggi frazione di Monselice), diverse proprietà. Tuttavia alcuni documenti attestano che già in epoca romana, la zona di Marendole ai piedi dei colli euganei, fosse conosciuta per l’attività estrattiva della scaglia rossa: una particolare roccia impiegata nell’edilizia. Sebbene non fosse possibile coltivare la campagna circostante, in buona parte impaludata, la calce delle cave di questa zona venne sempre considerata di ottima qualità, tanto da essere addirittura menzionata e consigliata dall’architetto Vincenzo Scamozzi nel suo trattato “Dell’idea dell’architettura universale”. Successivamente in epoca medievale, dove ora sorge la villa, vi era dislocata una rocca posta a guardia del fiume Bisatto. Rocca che sarebbe stata poi rasa al suolo da Ezzelino III Da Romano, nel 1237. Le fortezze fluviali, erano piuttosto comuni in questo territorio, avevano la funzione di controllare e proteggere i trasporti di materiali edilizi cavati in loco, e trasportati via fiume da Marendole (dov’era presente un piccolo porto), a Padova.

LA COSTRUZIONE DELLA VILLA

Il nucleo più antico della villa risale al 1492: il quale venne edificato sulle rovine della fortezza abbattuta da Ezzelino III da Romano, i cui basamenti sono ancora ben visibili nella struttura attuale. La sua costruzione venne decisa per far fronte all’aumento delle attività economiche del territorio. All’attività estrattiva andava ora ad aggiungersi quella agricola, a seguito della bonifica operata dalla Repubblica di Venezia avvenuta a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, con la conseguente coltivabilità delle campagne. I primi fabbricati,  furono l’edificio principale a pianta quadrata, e la barchessa a “L”, separati da un cortile di trachite con al centro un pozzo. Venne inoltre costruito un muro per delimitare il parco e la cappella privata della villa. Quest’ultima, a seguito dell’istituzione della parrocchia di Marendole, venne donata alla Diocesi di Padova, a patto che venisse riservata alla famiglia dei marchesi una nicchia a fianco dell’altare maggiore per assistere alla celebrazione della messa. Di datazione certa è inoltre il ponte in muratura poco distante che collega le due rive del Canale Bisatto il quale riporta su una pietra del parapetto l’iscrizione: “Consortes de Buzzacarinis Aere Proprio Aedificandum Curarunt Anno MDXCI.

LA DIVISIONE DELLA PROPRIETÀ

La villa rimase un’unica proprietà fino ai primi anni del Settecento. A tale epoca si daterebbe l’erezione di un muro, che dividerà in due l’edificio ed il parco annesso, da nord a sud. Da quel momento in avanti le due parti del complesso seguiranno vicende diverse.

La parte est, comprensiva delle antiche scuderie e del lato lungo della barchessa storica, subì una profonda ristrutturazione nei primi decenni del Settecento, assumendo la conformazione attuale. Tra le aggiunte spicca la nuova cappella dedicata a San Luigi. La proprietà venne mantenuta dai marchesi fino alla seconda metà del Novecento, ed utilizzata come abitazione di villeggiatura. 
La parte ovest rimase di proprietà dei Buzzaccarini fino alla seconda metà dell’Ottocento, quando venne venduta ai conti Cittadella-Vigodarzere i quali la cedettero poi alla famiglia Boggiani.

La villa compare nel catasto napoleonico del 1808 ed in quello Austriaco del 1838. Entrambe le visure confermano che la planimetria degli edifici già agli inizi dell’Ottocento era grossomodo quella attuale.

EPOCA RECENTE

Ad inizio Novecento la parte ovest venne acquisita dall’ing. Ernesto Breda, che la trasformò in un’azienda agricola. A lui si deve la costruzione delle moderne stalle, edificate nello stesso luogo di quelle antiche che sono andate poi distrutte, delle quali ad oggi permangono solo due arcate. Venne inoltre gettata l’aia di cemento, piazzale per far essiccare i raccolti, mentre l’intera struttura quadrangolare (compreso il piano nobile affrescato), venne adibito ad essiccatoio e granaio. Con lo scoppio della prima guerra mondiale, l’edificio fu requisito dal Regio Esercito, ed usato come luogo di comando. Lasciato dalle truppe a guerra finita, rimase in stato di semiabbandono. Durante la seconda guerra mondiale il complesso venne usato brevemente come quartier generale dalle truppe della Wehrmacht dislocate in quella zona. Dal secondo dopoguerra fino agli anni sessanta del Novecento, il complesso ovest venne abitato da numerose famiglie di braccianti che lavoravano nell’azienda agricola che lì aveva sede. Fu poi venduto più volte, fino ad essere acquistato nel 2001 dall’attuale proprietario, che nel 2006 iniziò i lavori di restauro. Attualmente la villa ospita una struttura ricettiva, aree per eventi ed alcune abitazioni private.

ARCHITETTURA E ABBELLIMENTI

EDIFICIO CENTRALE

L’edificio centrale, a pianta quadrata, si compone di tre piani:

Il piano terra è seminterrato. Scavato per metà direttamente nella scaglia rossa di cui è fatto il colle. Si compone di tre ambienti provvisti d’accesso solo a sud: uno centrale, più lungo, che ricalca le dimensioni del salone soprastante, e due laterali più corti. Tutti gli ambienti sono caratterizzati da soffitto a volta. La presenza di un camino con forno nella stanza di destra la identifica come l’antica cucina, mentre gli altri locali erano usati come cantine e depositi. 

Il piano soprastante è il piano nobile. È accessibile sia da nord che da sud, ma solo tramite scale esterne di trachite euganea. All’interno si ritrova la tipica planimetria delle residenze di campagna di fine Quattrocento, richiamante lo schema tripartito dei palazzetti cittadini. Il piano è costituito da un lungo salone centrale, completamente affrescato, e da quattro stanze laterali poste due a due, con affreschi sulla parte alta dei muri. Le due stanze a sud venivano usate in inverno, in quanto sempre esposte al sole e provviste di camini, mentre quelle a nord, erano fatte per essere usate d’estate: più fresche e riparate, si affacciano sul cortile interno. I soffitti sono costituiti da travi lignee che conservano ancora in parte l’originale decorazione dipinta. Infine, di particolare interesse risulta la pavimentazione nella stanza di sud-ovest: si tratta di un pastellone veneziano: risalente alla costruzione dell’edificio, è uno dei rari esempi rimasti del suo genere.

Il secondo piano è un ambiente unico con soffitto a mansarda. È caratterizzato dalla presenza di quattro colonne centrali, sulle quali la complessa travatura lignea scarica tutto il peso del tetto. È raggiungibile tramite una scala interna e la sua funzione fu sempre quella di granaio. In questo luogo durante i lavori di restauro è stata rinvenuta una cassa piena di munizioni risalente probabilmente al primo conflitto mondiale (a ridosso della Villa v’era un campo di aviazione).

Sui muri e sull’intonaco della soffitta, vi sono una notevole quantità di graffiti e scritte che ripercorrono la storia degli ultimi secoli dell’edificio. Si possono notare appunti scritti a matita per tenere il conto dei vari raccolti che venivano immagazzinati nelle sale, incisioni di date e frasi di giubilo in ricorrenza della fine della prima guerra mondiale, con ogni probabilità ad opera degli stessi soldati distaccati in questo luogo alla data dell’armistizio del 1918.

AFFRESCHI

Il salone centrale affrescato visto da nord; al centro la raffigurazione di Arcoano Buzzaccarini Gli affreschi sono presenti solo nel piano nobile e si differenziano tra di loro per stile ed epoca di realizzazione. Sia l’attribuzione che la datazione rimangono per la maggior parte incerte. Il salone centrale presenta pitture a tutta parete raffiguranti, tra l’altro, trofei, putti, busti romani, e  architetture richiamanti la civiltà romana, scelte per ribadire le rivendicazioni dell’origine romana da parte della famiglia Buzzaccarini. Al centro delle due pareti vi sono le figure di due condottieri in armatura da cavaliere dei primi del Seicento: si tratta di Arcoano Buzzaccarini e di suo figlio Lodovico. Sono presenti inoltre quattro paesaggi: la villa stessa, così come appariva all’epoca della realizzazione dell’affresco, il borgo di Marendole, con il ponte fatto erigere dagli stessi Buzzaccarini, il Castello del Catajo, qui raffigurato prima della ristrutturazione degli Obizzi, ed un paesaggio di identificazione incerta. Le quattro stanze laterali presentano fasce di affreschi nella parte alta delle pareti. Ognuna di esse è caratterizzata da un tema peculiare: troviamo rappresentazioni di animali, raffigurazioni di esedre, e diverse raffigurazioni dello stemma dei Buzzaccarini. Il recente restauro (2006) ha permesso di datare gli affreschi del salone alla prima metà del Seicento, e ha portato alla luce attorno a porte e finestre, cornici dipinte che erano state del tutto coperte dal precedente intonaco per secoli.

CAMINI

I due camini delle stanze sud si collocano stilisticamente in pieno rinascimento: sono caratterizzati da cappe piramidali leggermente sporgenti, le quali convergendo raggiungono l’alto soffitto. Nonostante la notevole somiglianza, il camino ad est risulta molto più lavorato di quello ad ovest: il primo ha la cappa affrescata e le mensole oltre che l’architrave, intarsiati con rosoni e disegni geometrici colorati. Il secondo manca completamente di questi elementi presentandosi di fatto allo stato grezzo.

PARCO

La parte est del complesso, conserva ancora alcune delle piante monumentali del giardino all’inglese che un tempo attorniava gli edifici, tra le quali, si distingue un cedro dell’età di diversi secoli. La parte ovest invece non ne è più provvista: quando la villa venne convertita in azienda agricola, agli inizi del Novecento, il parco venne considerato improduttivo e venne quindi smantellato per lasciare spazio alla silvicoltura. Attualmente un noceto ne copre l’intera estensione. Rimane comunque un gelso secolare davanti al prospetto sud del palazzo, e nella parte alta del parco, è stato preservato un piccolo giardino all’italiana, che anticamente si estendeva entro tutta la prima cerchia di mura.

CURIOSITÀ

La villa, oltre che catalizzare l’interesse storico-artistico dei propri visitatori, ed essere stata utilizzata per alcuni giorni del 2013 come set per il film “Venezia impossibile”, ad oggi è famosa anche per le stranezze che avvengono al proprio interno. Il fratello dell’attuale proprietaria, narra di sedie ritrovate più volte a terra, o comunque in una posizione diversa dalla quale le si era lasciate alla fine del loro ultimo utilizzo. L’antico complesso inoltre, sarebbe interessato da una leggenda: si narra infatti che nei primi anni del XVIII secolo con la divisione della proprietà e i relativi adattamenti, sia stata eretta una cappella, pensata per fungere da chiesetta privata. Ma nel periodo immediatamente successivo fine della costruzione e alla relativa intitolazione a San Luigi, un evento funesto avrebbe macchiato da allora in poi la sua aurea di sacralità: al suo interno vi sarebbe stata rinvenuta la salma di un infante, deceduto a causa del morbo della tisi. Quanto descritto non sembra tuttavia bastare per instillare inquietudine nell’attuale proprietaria della Quattrocentesca abitazione signorile, la quale sebbene riconosca gli strani accadimenti che hanno segnato la storia dello stabile, dichiara di provare un innato senso di protezione e conforto nell’attraversane gli ambienti.

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